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12 ottobre 1492. I 528 anni dalla morte di Piero della Francesca

Era il 12 ottobre 1492, quando Piero della Francesca, Divino pittore, matematico, artista nonché personalità di spicco del Rinascimento italiano e padre della prospettiva moderna, si spegneva nella sua casa di Borgo San Sepolcro.

Piero della Francesca nasce a Borgo Sansepolcro (Arezzo) intorno al 1420. Nel 1439, si trasferisce a Firenze, dove entra nella Bottega di Domenico Veneziano, con cui collabora agli affreschi del Coro della Chiesa di Sant’Egidio, oggi in gran parte perduti. Il giovane artista quindi, si forma nel fervido ambiente rinascimentale fiorentino, dove avrà modo di apprezzare opere di artisti affermati come il Brunelleschi, Masaccio, Beato Angelico e Leon Battista Alberti.

A partire dagli anni ’40 alterna la sua attività tra Sansepolcro e le principali Corti dell’epoca: Ferrara Rimini e Urbino. È del 1445 la sua prima opera documentata; il grandioso “Polittico della Misericordia”, commissionato dalla Confraternita della Misericordia di Sansepolcro, opera in cui è evidente ancora un riferimento all’arte gotica nel fondo oro, ma dove è già chiara un’impostazione completamente nuova data delle figure, messe in   evidenza dal colore e dalla luce. Nella Cimasa è evidente il richiamo a Masaccio.

Nel 1459 la sua fama lo porta a Roma, dove Pio II lo chiama a decorare il Palazzo apostolico, con affreschi poi sostituiti dall’ intervento di Raffaello, nella prima delle celebri Stanze vaticane. Proprio in questo periodo, Piero della Francesca, realizza altre opere tra cui: “La Flagellazione di Cristo” ad Urbino e il Ciclo di Affreschi della “Vera Croce” dipinta nel Coro della Chiesa di San Francesco di Arezzo.

Ad Urbino e Ferrara entra in contatto con l’Arte fiamminga da cui rimane molto colpito, fino al punto di ricercare attraverso le sue opere, una sintesi perfetta che unisca lo studio della Prospettiva con il luminismo e il naturalismo dei pittori nordici, contribuendo inoltre alla diffusione della pittura ad olio nell’Italia centrale, tecnica che perfezionò Jan van Eyck.

La sua profonda conoscenza dei principi matematici, lo rende particolarmente apprezzato nella cerchia di artisti e intellettuali attivi ad Urbino presso il Duca Federico da Montefeltro. A lui, Piero, dedica i suoi trattati teorici, tra cui “DE PROSPECTIVA PINGENDI” e “DE QUINQUE CORPORIBUGULARIBUS”, in cui espone i risultati della rigorosa pratica sull’applicazione della Geometria alla Pittura e da cui i pittori dei secoli successivi trovano un’ importante riferimento teorico e pratico per lo studio e la rappresentazione dello spazio nella pittura.

In Piero della Francesca è straordinaria la capacità di raffigurare con rigore, uno spazio pittorico attraverso lo studio di una perfetta prospettiva regolata da precise leggi geometriche. Fu il primo infatti, a proporre immagini fondate su specifichi calcoli di rapporti metrici, matematici e cromatici, creando una pittura stabile, ricca di perfetto equilibrio e bilanciata. Pittore e attento studioso dei principi matematici e geometrici, Piero anticipa quindi, la figura di artista dotto che troverà una piena affermazione nel Rinascimento.

Piero, con estrema innovazione, riesce ad unire lo studio della prospettiva alle novità della pittura fiamminga, per raggiungere quel perfetto grado di descrizione della realtà, che diventerà un’ importante riferimento per la successiva pittura italiana ed   europea. Fulcro della pittura italiana del ‘400, Piero della Francesca, è il pittore rivoluzionario per eccellenza, motivo per cui, gli verrà attribuito un posto decisivo nella storia dell’arte occidentale. Ammalatosi, Piero muore a Sansepolcro nel 1492, anno in cui Cristoforo Colombo scopriva il nuovo Mondo.


Piero della Francesca
La Scienza plasmata in Arte: La Resurrezione - Museo Civico, Sansepolcro (Arezzo)

di Silvia Chialli

La “Resurrezione” di Piero della Francesca è una delle opere più celebri ed enigmatiche della Storia dell’Arte. Fu affrescata in quella che era la Stanza principale del Palazzo comunale di Borgo Sansepolcro, nella sede del Conservatore della Magistratura della Città. In questa opera, Piero rappresenta quello che era l’emblema della Città, infatti, la Resurrezione e la Città di Sansepolcro sono strettamente legate tra loro, in quanto, si ritiene che la città fu fondata da due santi pellegrini (Arcano ed Egidio) di ritorno dalla Terrasanta con le Reliquie del Santo Sepolcro. In questo stesso periodo, Piero, operava ad Arezzo, per il ciclo di affreschi delle Storie della Vera Croce.

L’affresco ha molti punti in comune con il “Polittico della Resurrezione” di Niccolò di Segna (1348 circa) dipinto un secolo prima, conservato all’interno della Cattedrale di San Giovanni Evangelista di Sansepolcro.  L’opera è da considerarsi come il punto di arrivo del percorso artistico di Nicolò di Segna, ben lontano dalla tradizione duccesca da cui era partito. Molto vicino invece ai nuovi modelli di Simone Martini e i fratelli Lorenzetti, rispecchiando in pieno il clima culturale senese della metà del Trecento.

L’iconografia di questo monumentale complesso, in cui, a fianco della scena centrale con la Resurrezione sono raffigurati numerosi santi monaci con abito benedettino o camaldolese, offrono un chiaro messaggio di chi fosse la committenza del polittico, appunto gli stessi Frati camaldolesi, che commissionarono questa opera per la loro Abbazia, oggi Cattedrale di Sansepolcro.

Dopo questo confronto si può analizzare meglio la “Resurrezione” di Piero della Francesca. In molte rappresentazioni, il tema della Resurrezione è spesso raffigurato con il Cristo che emerge da una grotta da cui un masso è stato "rotolato via”. Piero sceglie di mostrare Gesù uscente da un sarcofago romano. Già da questo particolare, si può cogliere un’insolita iconografia mai rappresentata nella storia dell’arte.

La struttura architettonica appena accennata introduce la costruzione prospettica, prospettiva che non consente di far vedere il piano del Sepolcro, e dove il Cristo, che si erge trionfante, divide perfettamente la scena nella sua impostazione architettonica. La linea dell'orizzonte mette in evidenza le spalle e la testa di Cristo. Tutto il dipinto è circoscritto in un triangolo immaginario che parte dalla base del sarcofago e il cui vertice giunge all’aureola del Cristo.

Il dipinto contiene due punti di fuga (il punto in cui tutte le linee della pittura dovrebbero convergere). Da un lato, vediamo i volti dei soldati dal basso, ma d'altra parte, il volto di Cristo è dipinto a dritto. Se la prospettiva fosse coerente in tutta la pittura, vedremmo tutti i volti dallo stesso punto di vista.

La figura e l’espressione del Cristo è senz’altro l’emblema enigmatico per eccellenza di questa opera. Cristo, il cui corpo ci riconduce ad una statua antica, riconosce che qualcosa di innegabile ha avuto luogo. Egli è mostrato in un istante di trionfo ottenebrato, mentre si ridesta alla vita, guarda fuori, con gli occhi inflessibili, verso un orizzonte dove solo lui può vedere il mondo, attraverso una maestosità terribile ed ultraterrena. Sta eretto, con un piede ancora nel suo sarcofago e l'altro collocato quasi con alterigia sul suo bordo di questo, a sottolinearne l'uscita, creando quindi, un maggiore effetto spaziale.

Con gesto solenne, tiene con la mano destra il vessillo delle Crociate, con un riferimento al primo regno di Gerusalemme e alla raccolta delle sue leggi che erano conosciute come lettere dal Santo Sepolcro. In questo particolare, Piero, vuole anche rappresentare un potere che non è solo divino ma anche politico, ricordando bene che l’opera non è stata dipinta in una Chiesa ma bensì in un edificio civile. A tutto questo inoltre, è da evidenziare il fatto che lo stesso artista aveva importanti ruoli politici e istituzionali all’interno della vita cittadina. Ai piedi del Sepolcro, giacciono quattro Soldati romani, guardiani della tomba, tutti addormentati.

La guardia in primo piano a sinistra è raffigurata nell’atto di svegliarsi, come all’improvviso, stropicciandosi gli occhi.  La guardia in primo piano nell'estrema destra sembra essersi risvegliata dopo un lungo sonno, e nel cui sogno sembra aver visto il miracolo del Cristo risorto. Nel torpore del suo corpo, Piero, rappresenta la guardia come di nuovo immersa in un sonno profondo, dopo essersi sollevata con il braccio destro.

La guardia retrostante è nella posa di tenere stretta la lancia ed imbracciato lo scudo su cui sono raffigurate   le lettere "S.P." iniziali della sigla "S.P.Q.R." (Senatus Populusque Romanus), che si riferiva al dominio di Roma.  Alla guardia senza elmo al centro, anche secondo alcune analisi pervenute dal Vasari, si attribuisce un autoritratto di Piero. In questa parte dell’opera quindi, Piero rappresenta la luce della Verità, quella luce divina, che è lì davanti, presente ai soldati dormienti, ma irraggiungibile a causa di una pigrizia spirituale, che abbandona l’uomo al proprio destino.

I soldati dormono pesantemente, non vedono e non sentono, e in questa indifferenza e desolazione, Gesù si presenta più vivo che mai, trionfante. Solo Cristo è sveglio e veglia solenne e maestoso. In questa opera, i temi del sonno e della veglia creano un forte messaggio simbolico: la parte inferiore, rappresentata dai soldati, è terrena, pigra, mentre quella superiore, rappresenta la divinità che sempre sorveglia. Aspetto molto rilevante sono i colori delle le vesti dei soldati, che dipinge attraverso un’alternanza cromatica, tipica inoltre, delle opere di Piero: il rosso è alternatamente colore dell'elmo e dei calzari di un soldato e dello scudo di un altro; il verde ricorre nel mantello di uno, nella cotta di un altro un altro e nei calzari del terzo.

La presenza della grande pietra nell'angolo in basso a destra dell'affresco rappresenta forse la reliquia del Santo Sepolcro (il luogo di sepoltura, in questo caso di Cristo) putativamente portato a Sansepolcro dai santi che fondarono la città, Arcano ed Egidio.

Il Sepolcro nell’iconografia di Piero, rappresenta anche l’Altare della Cristianità e in tal senso in questo affresco, le simbologie che si riferiscono a questa tematica, sono molto presenti, come nel paesaggio che si intravede dietro la scena.

Sulla sinistra del dipinto, viene rappresentato un paesaggio invernale, arido, con alberi spogli e secchi, a simboleggiare il declino della Fede dell’uomo. Sulla destra invece, un paesaggio estivo, quindi ricco di vegetazione, con alberi rigogliosi e ricchi di foglie, a rappresentare la salvezza e lo splendore della Fede cristiana. Si intravede nello sfondo, la Città di Borgo Sansepolcro.

Questo richiamo allegorico ci porta a confrontare i temi dei cicli vitali presenti già nella cultura pagana e rappresentati anche da artisti precedenti a Piero, come Ambrogio Lorenzetti, nell' “Allegoria ed effetti del buono e del cattivo governo”. Il cielo sullo sfondo è uno degli elementi caratteristici nelle opere di Piero della Francesca: sfumato all'orizzonte come durante l'alba e inframmezzato da nuvolette chiaroscurate "a cuscinetto".

 

Riflessioni finali

La straordinaria grandezza di Piero sta nel rappresentare e dipingere una scena che nessuna persona ha mai visto. Infatti, nei quattro vangeli non viene descritta la scena della Resurrezione, perché l’avvenimento è senza testimoni. Conosciamo i fatti approssimativi tramandati da Maddalena e dai Discepoli, che recatasi al Sepolcro, si trovarono di fronte ad una verità sconcertante e quasi irreale. Cristo era risorto.

Il soggetto di Piero e la sua squisita interpretazione di essa, sono infatti ciò che rendono credibile dire che la sua Resurrezione visionaria è il più grande di tutti i quadri, perché unisce indissolubilmente il viscerale, l'estetica, l'etica, e il religioso con il tipo di integrità e sintesi espressiva a cui ogni persona umana aspira.

 

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